Era solo un parasole

Tutto ciò che è vero è veritiero. Non tutto ciò che è veritiero, però, è vero. Era solo un vero parasole, non un’agenda veritiera. Lo ha stabilito la “scientifica” di Roma dopo aver visionato il video di Via D’Amelio. Nessun piede di nessun deviato ha dunque sottratto preziose prove, giusto quell’agenda di Paolo Borsellino dalla quale il magistrato non si separava mai. Non è stato trafugato nulla, non c’è stato nessun anti-Stato a prendere possesso delle veritiere verità di trattativa tra mafia e Repubblica italiana, il mistero, per una volta, non è un mistero e siccome c’è un metodo nella sostanza, sia chiaro, lo diciamo: qui non si butta il bambino dell’antimafia con l’acqua sporca del carrierismo.
16 AGO 20
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Tutto ciò che è vero è veritiero. Non tutto ciò che è veritiero, però, è vero. Era solo un vero parasole, non un’agenda veritiera. Lo ha stabilito la “scientifica” di Roma dopo aver visionato il video di Via D’Amelio. Nessun piede di nessun deviato ha dunque sottratto preziose prove, giusto quell’agenda di Paolo Borsellino dalla quale il magistrato non si separava mai. Non è stato trafugato nulla, non c’è stato nessun anti-Stato a prendere possesso delle veritiere verità di trattativa tra mafia e Repubblica italiana, il mistero, per una volta, non è un mistero e siccome c’è un metodo nella sostanza, sia chiaro, lo diciamo: qui non si butta il bambino dell’antimafia con l’acqua sporca del carrierismo.
Tra vero e veritiero c’è tutta una fabbrica dei pretesti, se non proprio delle falsità. Ed è qui che il metodo – quello di alimentare il mistero, anche al prezzo delle patacche – mette in trappola la sostanza. Ed è così che, ahinoi, i colpevoli diventano innocenti mentre i veri colpevoli non vengono neppure visti.
Il vizio è antico. Chiunque raggiunga una verità processuale deve poi sostenere un retroscena ulteriore – “perché non è stata perquisita la cella di Bernardo Provenzano?” – e additare così una verità superiore; alludere dunque a un impossibile “dovere” della verità resa però sempre ostaggio di uno Stato criminale. Ed è un’operazione di marketing, non certo un’azione di polizia giudiziaria. Ed è il caso dei bravi giornalisti, l’identico stesso caso dei bravissimi magistrati, riuniti tutti nello stesso cerchio magico della carriera che li rende – magistrati e giornalisti – eroi delle verità inconfessabili.
Ed è sempre una veritiera verità. E’ quella che in tempi recenti comincia con Massimuccio Ciancimino e si conclude oggi col parasole. Tutta una bella storia, quest’ultima, che comincia con uno che arriva sulla scena di Via D’Amelio, sposta qualcosa col piedino, dopo di che trova quello che trova e se lo inguatta. Riflessi del passato che tornano con un piccolissimo particolare: che non c’è niente di vero.
Come non c’era niente da prendere da Massimuccio, pizzicato nel momento in cui giocava con le carte del padre per infangare Gianni De Gennaro, l’ex capo della polizia, oppure ascoltato nelle intercettazioni proprio quando, in virtù del suo ruolo – nientemeno “icona dell’antimafia”, Antonio Ingroia dixit – il figlio di Don Vito si raccontava come il vero “padrone della procura di Palermo”. Anche lui, dunque, Massimuccio, iscritto nel cerchio magico di questa comitiva di magistrati e giornalisti, tutti eroi il cui basamento rischia però essere solo una patacca.
Ecco, Borsellino, quel disgraziato giorno, tornava dal mare. L’unico sopravvissuto alla strage racconta che l’agenda la teneva in mano per non farla bagnare. Nella borsa, infatti, aveva messo il costume. Se i resti del magistrato sono stati trovati a venti e a sessanta metri dal punto di fuoco è vero, veritiero e verosimile e dunque certo che dell’agenda non è rimasta neanche la polvere. Solo un parasole.